venerdì 6 luglio 2018

19-20 luglio 2018: POESIA, COSA M’ILLUMINA IL TUO SGUARDO?

a cura di Massimo Morasso

    Dove sta andando la poesia? La perdita di centralità e autorevolezza del discorso poetico non corrisponde, oggi, a un disorientamento che coinvolge tanto la sua natura quanto, di riflesso, la sua possibile funzione socio-politica? Poesia, cosa m’illumina il tuo sguardo? È un grande convegno nazionale nel quale una trentina di poeti, fra i quali alcuni dei più significativi oggi attivi in Italia, si incontrano per riflettere insieme sul tema davvero “radicale” del rapporto fra la parola e lo spirito. Nella convinzione che ogni gesto poetico che non offra alcuno spunto per una lettura “spirituale” della sua “lettera”, sia un gesto antropologicamente castrante, ed esteticamente parziale.
    Il convegno, aperto a tutti prosegue nella giornata di venerdì mattina e pomeriggio.
(qui tutto il programma del festival Le Parole della Montagna)

lunedì 28 maggio 2018

In aereo verso Dublino

Su, da questo pullulare di pianure
e appezzamenti tutto uguale
da sembrare un’estate, penso a Dio
che mi riguarda e si riduole
ogni volta che non piove 
sul mio cuore. 

aprile 2015

domenica 29 aprile 2018

un altro bimbo in paradiso

Alfie in questo senso potrebbe diventare santo come sono santi i martiri innocenti, uccisi da Erode. Sono gli innocenti che rendono testimonianza a Cristo non con le parole, ma con il sangue, che ci ricordano che il martirio è dono gratuito del Signore. Un martirio che oggi vede il piccolo guerriero "con lo scudo e le ali" come principale testimone. (andrea zambrano, la nuova bussola quotidiana

lunedì 26 marzo 2018

è il bisbiglio della primavera


È il bisbiglio della 
primavera, sospetta 
dove la neve già si scioglie. 

È nuovo il ciclo, quello 
leggero: passano un poco 
stagioni di gelo.


(da Poesie)

lunedì 19 marzo 2018

un biglietto pieno di stelle

Adesso ricordo alla prima riunione quando dissero che, oltre a non festeggiare coi bimbi alcuna festa di Natale (probabilmente troppo divisiva) né alcuna festa di Babbo Natale (sicuramente troppo inutile), non si sarebbe fatto alcun biglietto o festa per il papà il 19 marzo, né per la mamma a maggio, a favore di una più generica e inclusiva "festa con le famiglie". L'avevo dimenticato, perché oggi aprendo l'armadietto di mio figlio per riprendere giacca e berretto ero convinto di trovarlo, il biglietto, due scarabocchi colorati e una frasetta semplice, dono di Paolo a me, il papà... 
Né per me, né per nessun altro. Avevo dimenticato l'antifona, oscure linee guida per cui fin dalla tenera età certe cose sembra non vadano più preparate, certe feste non più celebrate, possibilmente neanche ricordate: la maestra non chiede complice al bimbo "hai fatto gli auguri al tuo papà?" quando viene a prenderlo, perché oggi a scuola non si ricorda nessuna festa del papà.
Ma a casa ancora sì. Prima di mangiare, Paolo arriva con un biglietto fresco fresco di pennarelli, la data 19 marzo 2018, una manciata di meravigliosi scarabocchi colorati e un bel messaggio (che la mamma ha scritto, e lui ripete a voce alta tutto contento guardandomi timidino negli occhi) pieno di stelle. 
A scuola, questa gioia non è raccontata. Per scelta. Non è preparata. E' tolta ai padri e alle madri; è gioia che è tolta soprattutto ai bambini, per scelta. C'è un'aria di divieto incredibile, il divieto di festeggiare le cose belle, le prime parole, il primo amore dei bambini: la mamma e il papà. 
E c'è il nostro silenzio: il nostro alla prima riunione, a quella dopo, il nostro alle feste via via soppresse, alle altre che vogliono sopprimere per scelta o "linea guida"; quello degli amici, degli educatori, delle parrocchie che ti prendono per scemo. Un silenzio assordante, mezzo ignorante, che rima sempre più con dittatura.

venerdì 16 febbraio 2018

Caffè del Teatro

Vedo gente che parcheggia, poi s’affretta per andare al pub in centro dove inizia su la strada e poi salita, sono in tre in fila indiana per esempio ben tirati che vanno indaffarati già distinta questa sera dalle altre, attesa bramata e costata le bestemmie ininterrotte a lavorare (ufficio officina per strada e poco importa) o per rabbia o per gioco e poi vizio, cinque giorni a scrutare l’orologio, il conto alla rovescia e ancora madonne come a scuola fino a quando poiché suona la campana ricomincia la cuccagna, la pausa il paradiso il cosiddetto fine settimana (che in inglese è troppo squallido tradurlo, troppo euro e troppo americano)… noi invece qui dal bar con il bicchiere si destreggia come fosse lunedì, come un giorno normalissimo feriale.